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Una questione di libertà

2020-10-08 19:50

Danny Casprini

LGBTQ+, libertà, uguaglianza, inlcusività, omobitransfobia, misoginia,

Una questione di libertà

È giusto punire i reati d'odio contro la discriminazione per motivi di sesso, genere e orientamento sessuale, ma quello che serve è una cultura di libertà.

Il prossimo 20 ottobre riprenderà l’esame del disegno di legge in materia di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere (il cosiddetto ddl Zan, dal nome del deputato PD che ha presentato la proposta). Proprio questo disegno di legge si pone l’obiettivo di provvedere a due delle piaghe del nostro Paese, ossia l’omobitransfobia e la misoginia, estendendo lo scopo di applicazione del decreto legge n.122 del 26 Aprile 1993 (c.d. legge Mancino), che punisce l’incitazione alla violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o di nazionalità, anche per  altri reati d’odio, ivi compresi gli attacchi che traggono a pretesto il sesso, il genere, l’orientamento sessuale e l’identità di genere. Il medesimo testo, inoltre, prevede  la celebrazione anche in Italia della giornata istituita dall'Unione Europea contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia e inserisce misure a sostegno delle vittime di violenza per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere promuovendo anche attività di prevenzione. 

 

Se da un lato è vero che di legge contro l’omofobia si parla da tempo, fin da quando nel 1996 Nichi Vendola presentò una proposta poi non approvata, è anche vero che a periodi alterni sono state presentate, sullo stesso tema, altre proposte (Boldrini e Scalfarotto tra i promotori più illustri) tutte accomunate dal solito destino, al quale speriamo si sottragga il ddl Zan. Come abbiamo già visto durante il primo dibattito in aula all’inizio di Agosto, molti esponenti di Lega e Fratelli D’Italia hanno etichettato il ddl Zan come una legge liberticida che  imporrebbe alle future generazioni un’ideologia LGBTQ+, ammesso e non concesso che questa esista e che non sia solo l’ennesima trovata propagandistica per generare terrore e un certo ritorno elettorale. Per questo motivo, i parlamentari di questi partiti hanno presentato innumerevoli emendamenti volti proprio ad affossare la legge in toto oppure a renderla improduttiva di effetti. Dall’altro lato esponenti di Forza Italia e Italia Viva hanno espresso preoccupazioni circa le possibili limitazioni alla libertà di manifestazione del pensiero tutelata dall’articolo 21 della costituzione promuovendo un emendamento che consenta “la libera espressione di convincimenti ed opinioni, nonché le condotte legittime, riconducibili al pluralismo delle idee e della libertà di scelta” (c.d. clausola salva idee). Ad un primo sguardo notiamo come lo scopo di questo emendamento sia un richiamo alle tutele dell’articolo 21 della nostra costituzione, ma come si vede è suscettibile di generare incertezze proprio per mancanza di chiarezza. Sicuramente in aula potremmo aspettarci ancora molte asperità prima di giungere all’approvazione di questa legge con possibili “sgambetti politici” da tutti i fronti. Oltre a questo, una legge cruciale come questa non può contenere espressioni ambigue e sarà necessario un lavoro minuzioso per garantire le giuste tutele e non utilizzare violazioni semantiche per difendere interessi politici di parte a scapito di diritti e legittimi interessi. 

 

Se si guarda ai recenti fatti di cronaca è evidente che la legge contro l’omobitransfobia e la misoginia è più che mai necessaria. Si pensi alle aggressioni di Caivano (NA) o di Padova, alle posizioni prese da Orban e Duda, a loro dire, in difesa della famiglia tradizionale, all’istituzione di zone “libere” da LGBTQ+ in Polonia, ai tanti che si vedono messi alla porta dai propri genitori perché omosessuali, perché “diversi”, alle innumerevoli notizie di reato di violenza di genere o di femminicidio, ma anche a tutto il sommerso e ai tanti che  si “nascondo nell’armadio” per paura di denunciare o per non dover subire ulteriormente. Il  problema non è la libertà di pensiero bensì la dilagante ignoranza che pervade ogni strato della nostra società. Il “nemico” (vi prego di passarmi il termine) non sono le persone LGBTQ+, ma il rifiuto di una realtà di fatto e l’imposizione di un pensiero dominante limitativo della libertà individuale. 

 

Per contrastare la discriminazione nei confronti di persone LGBTQ+ non solo è necessaria l’approvazione di una legge che punisca le condotte violente o basate sull’odio, ma serve anche una cultura. Una cultura che sia inclusiva, che ci permetta di vedere l’uguale nel diverso, che vada oltre la discriminazione e i soprusi, una cultura di libertà e mutuo rispetto. La vera domanda è come si crea questa cultura positiva. L’istituzione di una giornata nazionale così come prevista dal ddl Zan è senz’altro un punto di partenza, ma serve anche sensibilizzare le persone e renderle più coscienti rispetto ai temi del genere, dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. La creazione di una cultura inclusiva non può che iniziare dalle scuole, luogo per eccellenza destinato all’educazione delle future generazioni, ma anche dalle famiglie, dai centri ricreativi, dalle associazioni che contribuiscono alla promozione dei cambiamenti culturali. L’approvazione del ddl Zan deve essere solo un primo passo al quale si auspica possano seguire molte altre iniziative per raggiungere la visione promossa dalla presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, di un’Europa in cui ogni persona è “libera di essere se stessa e amare chi vuole”. 

 

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