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Il diritto allo svago

2021-05-03 08:37

Emanuela Abbate

lavoro, Diritti Umani , Svago , Diritto , Felicità , Costituzione , Primo Maggio, Salute mentale , Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo,

Il diritto allo svago

L’articolo 24 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo recita: “Ogni individuo ha diritto al riposo e allo svago.

Si parla sempre di più di salute mentale.

Si parla da sempre di lavoro come diritto inalienabile, base della nostra e di altre costituzioni.

Si parla invece poco e spesso male dell’intersezione tra le due conversazioni, quella sul lavoro e sulla salute mentale in generale, e più specificamente sull’impatto della precarietà sulla salute mentale.

 

Questo contributo non ha lo scopo di voler essere un’analisi esaustiva della questione. Lo scopo è quello di condividere una riflessione non necessariamente lineare che ha impegnato le mie letture e i miei pensieri in questi giorni a ridosso del Primo Maggio, un momento in cui dal privilegio della mia malattia pagata, sono costretta in casa con molto tempo libero a disposizione, ma poca possibilità di svago.

 

“L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro” - Art. 1 della Costituzione Italiana.

L’articolo 24 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo recita: “Ogni individuo ha diritto al riposo e allo svago, inclusa una ragionevole limitazione dell'orario di lavoro e ferie periodiche retribuite”.

D’accordo, 24 non è una posizione altissima ma la raccomandazione è chiara: il riposo e lo svago sono diritti, non concessioni. In teoria dunque dovremmo tutti avere un lavoro, fondamento della nostra repubblica, e un conseguente tempo libero dedicato al riposo e alla realizzazione di altre passioni.

Non è così però. I giovani in Italia sono tra i meno occupati d’Europa, meno del 40% di essi è impiegata e molti di loro sono relegati al tirocinio perenne e senza sbocchi (nel 2019, solo il 13% degli stagisti è stato assunto dall’azienda dopo il tirocinio). Dove non c’è impiego aumentano le disuguaglianze: territoriali, di genere e anche razziali.

La nostra costituzione quantomeno non cita il diritto alla felicità. Sarebbe quasi offensivo data la situazione.

 

Eppure, ho la sensazione che nel negare la stabilità del lavoro, tra i tanti devastanti effetti sulla vita e la salute delle persone ci sia da includere anche questo: l’impossibilità di definire un tempo libero e uno per il lavoro, due momenti che si sovrappongono in una ricerca costante del prossimo impiego, che si riempiono di ansie e di ridefinizione delle priorità economiche. Che possibilità di svago ha chi non ha un lavoro o non ne ha la sicurezza? Non intendo solo la possibilità di svolgere attività ricreative, ma proprio di separarsi dalla propria condizione di fragilità e pensare ad altro liberamente: il lusso di avere la mente sgombra dai pensieri e dalle incombenze.

 

Nella giornata dei lavoratori si leggono solo definizioni e inviti focalizzati sulla produttività, che celebrano lo sforzo della classe lavoratrice, che incoraggiano chi non ha un impiego. Anche il migliore degli sforzi non include mai la dignità del riposo.

 

È una società che celebra lo sforzo, la fatica, la narrativa del lavoratore strenuo e della lotta. A questa si aggiunge, per chi un lavoro lo ha, la narrativa tossica della produttività, la rintracciabilità 24/7. Celebriamo le ore di lavoro extra, l’essere sempre impegnati, il salto da una videoconferenza all’altra e del controllo delle e-mail di lavoro durante i giorni di riposo. Abbiamo confuso l’inefficienza, la modalità di lavoro “in emergenza”, con la regola. E anche in questo abbiamo dimenticato il diritto al riposo e allo svago.

 

Poco più di un secolo fa, i governi mandavano l’esercito a sedare gli scioperi dei lavoratori che scendevano in piazza a chiedere condizioni di lavoro più umane. Oggi l’esercito non c’è più ma c’è l’indifferenza delle Istituzioni.

Come si può non cogliere gli effetti a lungo termine della precarietà? Generazioni che non possono più pianificare nemmeno a breve termine, sempre in attesa di una chiamata che potrebbe letteralmente arrivare di notte; che non possono più risparmiare e che a stento possono pagare contributi. Che spengono le ambizioni, che non si permettono più di sognare, che soffrono più o meno consciamente per un tempo di cui non si è più padroni comunque.

 

Aristotele e Cicerone rivendicavano lo svago rispettivamente come condizione necessaria alla felicità e come desiderio dei sani di mente.

Nel rivendicare il diritto allo svago, alla leggerezza, è implicita la rivendicazione del diritto al lavoro. E alla felicità, non da ultimo.

Quello che spero di vedere, a breve, è una ridefinizione del successo, una visione più umana del diritto al lavoro, misure che salvaguardino il benessere dei cittadini in senso lato.

 

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