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Se le parole contano

2020-09-03 17:40

Emanuela Abbate

Se le parole contano

Ci sarebbe piaciuto che questo fosse davvero un dibattito sulle possibilità di inclusività della lingua. E’ un dialogo che serve da tempo e non retori

Ci sarebbe piaciuto che questo fosse davvero un dibattito sulle possibilità di inclusività della linguaggio. È un dialogo che serve da tempo e non retoricamente. Il mondo accademico statunitense che si occupa di insegnamento della lingua Italiana, riporta da tempo l’esigenza di studenti di Italiano non-binary di tener conto dell’identità di genere e offrire ai discenti un’alternativa morfologica. Il dibattito esiste, la richiesta è reale e sta dando vita a politiche mirate alla gestione della richiesta. 

 

Il lavoro della Sociolinguista Vera Gheno in questo ambito è accademicamente solido e rilevante. E argomentato come si argomenta in Accademia: con logica e neutralità dei termini. 

 

La discussione nata su “La Stampa” e in rete in questi giorni, a partire dal trafiletto di M.Feltri non fa altrettanto.

La leggerezza dell’utilizzo della parola “fascio” utilizzato oltretutto in chiave vittimista, la logica faziosa atta a dire che includere non è possibile, già da soli sarebbero elementi sufficienti a invalidare un’opinione non eccelsamente espressa. 

 

Ma c’è di più. Vera Gheno viene parafrasata, il suo nome nascosto, e le sue istanze svilite tra le righe di un presunto acume che vuole provocare consenso, non riflessione. Viene definita accademica della Crusca, senza verificarne lo status né il curriculum. Su un quotidiano nazionale. 

A M.Feltri risponde il Presidente dell’Accademia della Crusca, che non interviene per contribuire con visioni linguisticamente interessanti su una questione rilevante, ma per chiarire con sdegno che la studiosa di cui nessuno sembra poter fare il nome non ha il titolo di Accademica, nè collabora più con la Crusca. Il lavoro di una collega viene passato sotto silenzio, l'attenzione è tesa a dissociarsi da un’errata attribuzione di un titolo che la studiosa non si è mai attribuita, ma che è stato scelto da Feltri come emblema di una cultura inaccessibile ed elitista, mentre la richiesta di una lingua inclusiva è l’esatto opposto.

 

Quali sono gli effetti di queste scelte?

Proviamo a usare nella pratica una logica ribaltata, chiamando per nome la diretta protagonista della vicenda, ma parafrasando negativamente l’identità degli altri personaggi coinvolti. Ne risulta qualcosa che suona più o meno così:

 

Seguendo la vicenda della Sociolinguista e docente Vera Gheno, e di un certo articolista figlio di un noto ex-direttore di testate e ora non più giornalista, e della risposta mandata dal presidente di un ente che si occupa di questioni della lingua...

 

Il risultato? Non si sta più parlando di inclusione: semplicemente, adottando una logica che a priori vive la richiesta di riconoscimento come un'accusa, il dialogo si ferma. E nascondendo il nome e il lavoro altrui, se ne svilisce la professionalità.

È l'uso di una logica paternalista che però sortisce l'effetto opposto a quello desiderato: ribadisce a chiare lettere che il discorso su parità e inclusione è oltremodo necessario. 

 

La lingua riflette una forma mentis e l’evoluzione di un gruppo, l’uso cambia regole date per assodate. Le parole si rivendicano, le forme verbali si evolvono, neologismi si impongono. Queste sono le leve su cui si muove Feltri nel suo uso della parola “fascio”.
E ne trae vantaggio l’Accademia della Crusca, che gode di un’ondata di rinnovata popolarità proprio grazie alle richieste continue di spiegare, commentare e divulgare le pieghe che la lingua prende in quest’era che Vera Gheno ha definito di “frizzante” cambiamento. La lingua è di tutti e deve essere per tutti. Anzi, tuttə.

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